giovedì 10 gennaio 2013

L'agenda politica del debito


In Italia il problema è rimosso ma nel resto del mondo, dagli Usa all'Argentina, la questione del debito è centrale nel dibattito politico

tratto da www.recommon.org
Antonio Tricarico
Mentre il dibattito elettorale nostrano non approfondisce affatto la questione del debito pubblico, dando quasi per assodato che uno spread più docile rispetto ai Bund tedeschi sia sostenibile – con un 3 per cento si tratterebbe “soltanto” di 50 miliardi di Euro da pagare in interessi ogni anno nel lungo periodo – all'estero la questione della risoluzione del debito pubblico degli Stati sovrani domina l'agenda politica.
Negli Usa si è schivato il cosiddetto baratro fiscale con un accordo di austerità all'europea. Ovvero più tasse per ricchi e fasce medie e tagli lineari alla spesa in ogni caso, fattori che potrebbero rallentare la ripresina dell'economia a stelle e strisce. Ma oltre Oceano il vero tema rimane il tetto massimo possibile per il debito pubblico, su cui il Congresso dovrebbe deliberare entro marzo. Per aggirare i veti dei repubblicani il Tesoro Usa potrebbe usare una vecchia clausola costituzionale che permetterebbe di coniare “monetone” in platino per alcuni trilioni di dollari e così finanziare la spesa pubblica. Storie da Paperone e Banda Bassotti, a quanto pare prese sul serio da commentatori e think tank vicini ai democratici.

Ri-Maflow, per il Lavoro, reddito e dignità



I lavoratori provano a occupare la fabbrica dismessa per far nascere una Cooperativa di mutuo soccorso. Per far nascere un nuovo soggetto
Vogliamo costituirci in cooperativa, ma non in una cooperativa qualunque, tanto meno di quelle –estremamente negative – utilizzate dalle aziende per dividere i lavoratori, ottenere appalti al ribasso, supersfruttare i dipendenti. Vogliamo anzi riprendere il fondamento delle storiche ‘società operaie di mutuo soccorso’ dell’800, nate agli albori del movimento operaio: solidarietà, uguaglianza, autogestione.
Ma deve essere anche una cosa nuova, che vuole mandare un messaggio a tutte e tutti coloro che si trovano nella stessa situazione: in primo luogo quelle centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori espulsi dal processo produttivo, che hanno cercato di resistere ai licenziamenti (con vertenze, ecc.), i cui ammortizzatori sociali sono al termine e che non trovano più lavoro; ma vogliamo mandare un messaggio anche ai disoccupati, ai precari, ai giovani che un lavoro non lo trovano: uniamo le forze perché le resistenze e le difficoltà sono tante per ottenere Lavoro, quindi Reddito e Dignità.

martedì 8 gennaio 2013

Da Cambiare si può a Ingroia


di Andrea Martini
demagistrisaCambiaresipuo
La proposta di “Cambiare si può” lanciata a novembre scorso da una settantina di personalità del mondo della cultura di sinistra (più alcuni, pochi, lavoratori e nessun esponente dei movimenti giovanili) ha avuto il merito di portare alla luce la diffusa volontà di tentare di porre la parola fine, con le prossime elezioni politiche, alla assenza dal panorama istituzionale e mediatico di una sinistra degna di questo nome.
Questa assenza, iniziata con il naufragio della “Sinistra Arcobaleno” nelle elezioni del 2008, è stata evidentemente rivelatrice non tanto di un “infortunio” elettorale ma piuttosto di una più generale crisi strutturale della sinistra italiana, che non ha saputo, perlomeno nelle sue componenti principali, far fronte all’offensiva ideologica e politica delle classi dominanti, al crollo del PCI, forza storicamente egemone nella sinistra italiana e alla neanche troppo graduale “mutazione genetica” delle formazioni che ne sono state eredi (PDS, DS e, infine, PD).

lunedì 7 gennaio 2013

Ginsborg, Ingroia e il fuoco della sinistra


I commenti contro i "professori" che non gradiscono la lista del magistrato mettono in mostra una cultura politica partitista e frontista che ricorda gli anni 50


Salvatore Cannavò
Nella vicenda della lista Ingroia e del dibattito che ha attraversato l'appello di "Cambiare si può" finora ci si è concentrati sulle posizioni dei promotori di quel testo, in prevalenza fondatori di Alba (Revelli, Ginsborg, Pepino, Gallino, Sasso e altri) e sulla loro delusione. I "professori" citati si sono espostipubblicando in rete le loro opinioni a proposito delle trattative elettorali con Antonio Ingroia, titolare di una lista composta in prevalenza da partiti: Idv, Pdci, Prc, Verdi. Un odore di Arcobaleno che non promette nulla di nuovo e che ha, paradossalmente, provocato anche la delusione di Fausto Bertinotti, inizialmente aperturista nei confronti del magistrato palermitano.
L'ultimo, in ordine di tempo, è Paul Ginsborg, il cui commento è stato pubblicato dal profilo Facebook di Cambiare si può il 3 gennaio. La presa di distanza dalla lista di Ingroia è evidente così come, forse, la sorpresa o la delusione per essere stati smentiti dalla consultazione telematica condotta da Cambiare si può che ha premiato con oltre il 60% il Sì all'ipotesi di lista.

Smascherata la propaganda sui Marò


Un articolo sul sito dei Wu Ming fa scattare la controinchiesta sul web. Che smonta le tesi innocentiste e svela il ruolo di Di Stefano, dirigente di Casapound


da www.ilfattoquotidiano.itLuca Pisapia
Lʼabusata nozione di ʻintelligenza collettivaʼ ha trovato in questi due giorni una delle sue più felici applicazioni. Un articolo sulla vicenda della nave Enrica Lexie del giornalista Matteo Miavaldi, ospitato sul blog del collettivo di scrittori Wu Ming, ha scatenato unʼinchiesta collettiva che ha portato alla luce una serie di gravi inesattezze date per buone dai media e dai politici italiani. E soprattutto chiarito il ruolo giocato da alcuni personaggi. Come lʼingegnere Luigi Di Stefano, autore di una perizia difensiva volta a scagionare i due marò, subito rilanciata dai maggiori media italiani e arrivata a essere illustrata in una conferenza presso la Camera dei Deputati il 16 aprile. Peccato che sia emerso come lʼingegnere non solo non è tale, ma è invece sicuramente un dirigente nazionale di CasaPound. E suo figlio Simone, della stessa associazione neofascista, è uno dei fondatori e il candidato alla presidenza della Regione Lazio.

Fbi e banche spiavano Occupy



Pubblicati i documenti riservati che dimostrano l'allarme del Federal Bureau e il legame con i grandi istituti finanziari per reprimere la protesta
da lastampa.it (maurizio molinari)
«Potential Criminal Activity Alert» è il titolo del rapporto Fbi che alza il velo su come il movimento di protesta Occupy Wall Street è stato, sin dall’inizio, spiato, infiltrato e bersagliato da minacce, pressioni e disinformazione degli agenti federali applicando una tattica simile a quella che negli anni Settanta consentì di sconfiggere le Pantere nere.
Ad ottenere la declassificazione di 110 pagine che descrivono la guerra segreta dell’Fbi ai militanti di Zuccotti Park è stata l’associazione «Partnership for Civil Justice Fund» ricorrendo al «Freedom of Information Act» (Foia) che obbliga ogni agenzia federale a rendere pubblici i propri atti. Sebbene si tratti di pagine (leggi qui il rapporto) in gran parte annerite dal top secret quanto consentono di leggere permette di ricostruire la tattica dei federali. Anzitutto il «Situational Information Report», redatto dall’Fbi di Indianapolis, è datato 15 settembre 2011, ovvero due giorni prima del debutto delle proteste, e anticipa proprio il «Giorno di Rabbia pianificato per il 17 settembre» prevedendone con accuratezza i contenuti: «Desiderano mimare l’ondata rivoluzionaria di proteste avvenute nel mondo arabo portandola nelle maggiori aree metropolitane» degli Stati Uniti «con speciale attenzione per le istituzioni bancarie e finanziarie».

venerdì 4 gennaio 2013

Banche contro popoli: i retroscena di una partita truccata



CADTM
L’articolo costituisce la terza parte di un saggio ancora più ampio; le prime due parti “2007-2012: 6 anni che hanno fatto vacillare le banche” e “La BCE e la Fed al servizio delle grandi banche private” sono disponibili solo in francese  alla pagina:    

Non sottovalutare la capacità dei governi di approfittare di una situazione di crisi
Tutti i principali mezzi di comunicazione di massa affrontano i problemi della possibile esplosione dell’eurozona, del fallimento delle politiche di austerità rispetto alla ripresa economica, delle tensioni tra Berlino e Parigi, tra Londra e i paesi membri della zona euro, delle contraddizioni interne del consiglio della BCE, delle enormi difficoltà di trovare un’intesa sul bilancio dell’UE, delle irritazioni di alcuni governi europei nei confronti del FMI sul dosaggio dell’austerità. Tutto questo è vero, ma non va soprattutto dimenticato un punto fondamentale: la capacità dei governanti che si sono docilmente messi al servizio delle grandi imprese private di gestire una situazione di crisi, o di caos, per muoversi nel senso richiesto da queste stesse grandi imprese. Non si dissimula neanche più lo stretto nesso tra governanti e grande Capitale. Alla testa di vari governi, collocati in importanti ruoli ministeriali e alla presidenza della BCE si trovano personaggi direttamente provenienti dal mondo dell’alta finanza, a partire dalla banca d’affari Goldman Sachs. Certe figure politiche di primo piano vengono compensate con un posto in una grande banca o in un’altra grande impresa una volta prestati i loro buoni uffici in favore del grande Capitale. Non è una novità, ma è più evidente e ricorrente rispetto agli ultimi cinquant’anni. Si può parlare di veri e propri vasi comunicanti.
Ritenere che la politica dei dirigenti europei costituisca un insuccesso perché non c’è il riscontro della crescita economica significa sbagliare in parte criterio d’analisi. Gli obiettivi perseguiti dalla direzione della BCE, dalla Commissione Europea, dai governi delle economie più forti dell’UE, dalle direzioni delle banche e delle altre aziende private non sono né la rapida ripresa della crescita, né la riduzione delle asimmetrie presenti nell’eurozona e nell’UE per renderle un complesso più coerente in cui far ritornare la prosperità.
Fra i loro obiettivi principali ne vanno messi in rilievo due:

  1. evitare un altro tracollo finanziario e bancario, che potrebbe rivelarsi peggiore di quello del settembre 2008 (affrontato in due miei precedenti articoli e che verrà ripreso in un quarto – NdA);
  2. utilizzare svariati strumenti (il rilevantissimo aumento della disoccupazione, il rimborso del debito pubblico, la ricerca dell’equilibrio di bilancio, lo stimolo del miglioramento della competitività degli Stati membri dell’UE tra di loro e rispetto ai concorrenti commerciali degli altri continenti), per procedere alla peggiore offensiva portata avanti dopo la seconda Guerra mondiale su scala europea dal Capitale contro il Lavoro. Si tratta di aumentare ulteriormente la precarietà dei lavoratori, di ridurne drasticamente la capacità di mobilitazione e di resistenza, di ridimensionare in misura rilevante i salari e svariate indennità sociali, mantenendo le enormi disparità tra i lavoratori dell’UE per accrescere la concorrenza tra loro.

giovedì 3 gennaio 2013

Risoluzione del Coordinamento nazionale di Sinistra Critica sulle liste del movimento arancione


image1. L’assemblea del 22 dicembre al teatro Quirino di “Cambiare si può” ha chiuso una serie di assemblee locali, svoltesi nel fine settimana precedente, in cui sono state espresse le speranze per un progetto nuovo, programmaticamente ancorato a sinistra e fondato su modalità nuove di costruzione delle liste e nettamente distinto dal centrosinistra.
Queste richieste e proposte si sono scontrate con l’operazione di De Magistris e Ingroia (sostenuta in particolare da IDV e PdCI, con l’assenso di Rifondazione e Verdi), finalizzata ad sussumere nel loro progetto quanti si sono mobilitati intorno a «Cambiare si può».
Come in altre occasioni le assemblee di base sono il luogo di una sensibilità a sinistra, ma poi le decisioni di fondo di segno moderato vengono prese in ambiti più ristretti dai gruppi dirigenti.
Così l’assemblea, al di là della richiesta di alcune correzioni programmatiche, non ha avuto la forza di chiarire i nodi fondamentali di una possibile presenza alle elezioni davvero alternativa al centrosinistra, prima e soprattutto dopo le elezioni.

domenica 30 dicembre 2012

Il debito è pubblico, l'affare è per le banche


In un anno gli istituti di credito hanno aumentato le obbligazioni di Stato del 63%. Ma hanno ridotto i prestiti a famiglie e imprese. Troppo rischioso

Salvatore Cannavò

E’ un documento da conservare con cura ilrapporto “Moneta e banche” redatto dalla Banca d’Italia. Perché se si vuole vuole sapere per che cosa facciamo i sacrifici, subiamo le stangate, gli aumenti, il blocco dei servizi e dei diritti, parte della risposta è data dai numeri, un po’ complessi e fitti, che la banca centrale italiana pubblica sul proprio sito.
Al 31 ottobre 2012, infatti, la proprietà di Titoli di Stato da parte delle banche italiane ammontava a 340 miliardi di euro, in aumento del 63% rispetto all’anno precedente (208 miliardi ma, nel 2009 a ridosso dell’esplosione della crisi, erano solo 147 miliardi). Una fetta importante del debito pubblico, quindi, si trova nella pancia delle banche: i Bot, nell’ultimo anno (ottobre 2011-ottobre 2012) sono passati da 32 miliardi a 54, i Btp da 106 a 182 miliardi ma anche Cct e Ctz sono cresciuti sia pure in misura minore.

Cambiare si può. No, si poteva


Delusione all'interno del movimento "arancione" per il modo in cui Antonio Ingroia si è presentato. Parlano i tre portavoce, Marco Revelli, Livio Pepino e Chiara Sasso


Cari tutti,
scusateci per il ritardo nell’informazione ma i contatti con Antonio Ingroia e con alcuni dei potenziali partner nella costruzione di una lista alternativa per le elezioni del 24 febbraio (Luigi Demagistris e Leoluca Orlando) hanno avuto tempi più lunghi del previsto e si sono conclusi solo questa mattina prima della conferenza stampa di Ingroia. Riferiamo, dunque, in estrema sintesi, all’esito della assemblea torinese che si è chiusa pochi minuti fa.

Oltre le elezioni


Il progetto del "quarto polo" è stato mangiato da una coalizione di partiti confusi e in crisi. Serve un'agenda sociale e un orizzonte più lontano

Piero Maestri
L'assemblea del 22 dicembre al teatro Quirino ha rappresentato l'ultimo atto di una speranza che si era aperta a sinistra per una presenza elettorale alternativa al patto PD-SEL, con caratteristiche davvero nuove di costruzione dal basso, facendo tesoro degli errori del passato per non ripeterli.
In realtà già il giorno precedente un duro colpo al progetto di «Cambiare si può» era stato dato da Antonio Ingroia, con la sua assemblea nazionale che ha segnato una vera e propria «Opa» nei confronti di tutto il processo, con la sua idea di «dialogo» con il PD che rappresenta una scelta non tattica ma di collocazione: esterni ma non alternativi al centrosinistra e «spina nel fianco» perché questo possa cambiare politica.
D'altra parte lo stesso «decalogo» presentato dal magistrato siciliano rappresenta un programma davvero poco di sinistra e contiene affermazioni imbarazzanti e inaccettabili per chi vorrebbe presentarsi come alternativo: pensiamo anche solamente all'idea reazionaria secondo la quale in Italia gli imprenditori subiscano ancora «lacci e laccioli» burocratici o di tasse. Per non parlare di quello che non dice sulle politiche di austerità, il «fiscal compact», i diktat dell'Unione Europea...

martedì 25 dicembre 2012

Dichiarazione di Franco Turigliatto sull’assemblea del 22 dicembre 2012


Assemblea nazionale di Cambiare si può – Roma, 22 dicembre 2012
Dichiarazione di Franco Turigliatto (Sinistra Critica)
arancione
L’iniziativa dell’appello “Cambiare si può” ha raccolto la spinta di migliaia di compagne e di compagni che l’hanno giudicata un’occasione e uno strumento prezioso per ricostruire una presenza politica e istituzionale per la sinistra di alternativa dopo i cinque anni di estromissione a causa del fallimento dell’avventura della “Sinistra arcobaleno”.
Anch’io nel mio intervento ho affermato come sarebbe necessaria questa presenza, anche per dare più forza e voce ai movimenti che altrimenti trovano un parlamento totalmente sordo e ostile alle loro rivendicazioni.

Io non ci sto


Antonio Ingroia è pronto a schierarsi con il "quarto polo" ma un magistrato deve fare altro. E la lista arancione ha senso se propone un'alternativa al pensiero unico liberista

Salvatore Cannavò
Credo che Antonio Ingroia abbia fatto un lavoro meticoloso sul fronte dell'antimafia e che in quella veste sia finito, ingiustamente, sotto gli attacchi di un establishment che si crede intoccabile. Come è già accaduto altre volte, se vuole davvero buttare a mare quello che ha costruito, nel tentativo, opinabile ma reale, di tenere viva la memoria della stagione antimafia, non ha che da svendere la sua carriera al protagonismo politico e parlamentare. Per questo non condividiamo affatto la scelta, ove questa fosse decisa venerdì, di candidarsi alla testa della lista “arancione”. Del resto, è la stessa opinione oggi espressa da interlocutori molto vicini allo stesso Ingroia, come Antonio Padellaro e Peter Gomez, direttori del Fatto quotidiano e della sua edizione online. Con argomenti largamente condivisibili.
Si potrebbe fare anche un bilancio dell'attività dei magistrati in politica per rendersi conto che è sostanzialmente fallimentare. Cosa è rimasto, dopo venti anni, di Antonio Di Pietro e cosa resterà di Luigi De Magistris? Non ha forse prodotto di più, sul piano della difesa dello stato di diritto e della legge, l'attività di una magistrata come Ilda Boccassini, quale che sia l'opinione che se ne abbia che diversi anni di attività parlamentare di Di Pietro o dei tanti magistrati “democratici”?

Cambiare metodo, cambiare politica


Il magistrato sbarca a Roma e lancia il "quarto polo". Non scioglie ancora il nodo della candidatura ma ormai è il leader. Con un discorso generico e ricco di aperture al Pd


Piero Maestri
"Non ho preclusioni ideologiche nei confronti di nessuno. Spero che neppure il Pd le abbia nei nostri riguardi: serve un confronto con loro.... non cerchiamo alleanze elettorali, cerchiamo un confronto politico; non facciamo testimonianza, vogliamo governare". Queste frasi di Antonio Ingroia pronunciate alla «sua» assemblea del teatro Capranica pesano come macigni sull'assemblea nazionale di «Cambiare si può» di sabato 22 dicembre.
L'obiettivo del magistrato siciliano è piuttosto esplicito: la formazione di un «quarto polo» elettorale con liste distinte dal centrosinistra; una certa innovazione nelle candidature che lasci in secondo piano i personaggi più in vista dei partiti che hanno detto di sostenerlo (IdV, Prc, PdCI...); dialogo con il Pd e una campagna elettorale non troppo «cattiva» nei confronti di quest'ultimo per lasciarsi aperte le strade di accordi successivi, di governo o sostegno in qualche modo.
Obiettivi che i partiti sopra citati sembrano disponibili ad accettare: il Prc perché questa è l'ultima spiaggia per tornare in parlamento con qualche deputato e rientrare così nei giochi della «politica alta"; Di Pietro e la sua Italia dei Valori in piena crisi (e ancora di più i decotti «comunisti" italiani di Diliberto) perché fornisce loro l'occasione per potersi presentare all'elettorato con un po' di riverniciatura sfruttando l'autorevolezza di Ingroia (che ha sempre riconosciuto i «meriti» di Di Pietro, ricambiato con l'appoggio organizzativo in queste settimane).

Truffa derivati, ora serve un Audit


La condanna penale delle banche che hanno truffato il Comune di MIlano è una buona notizia, molto discutibile invece l'assoluzione dei manager del Comune. Ora serve un'auditoria del debito locale partecipato dai cittadini


Comitato Audit Milano
La condanna penale delle 4 banche (Deutsche Bank, Depfa Bank, Ubs e Jp Morgan) che avrebbero truffato il Comune di Milano proponendo una sconsiderata operazione finanziaria con i derivati è una buona notizia.
Non perché siamo “giustizialisti”, ma perché forse per la prima volta viene affermato in una sentenza che una delle cause dell’indebitamento degli enti locali risiede nel comportamento delle istituzioni bancarie che con quegli stessi enti hanno strette e pericolose relazioni.
Non ci convincono in questo stesso senso le assoluzioni di Giorgio Porta, ex City Manager del Comune di Milano, e Mario Mauri, ex consulente del Comune, anche in questo caso non per volontà repressiva, ma perché non è credibile una loro mancanza di conoscenza di quanto stavano per avallare (e se davvero fossero stati così “ingenui” sarebbe forse più grave: in fondo non sono mica cittadine/i a cui viene venduta porta a porta una polizza assicurativa truffa o un’aspirapolvere inutile alla famiglia…).
Questa sentenza ci induce a due considerazioni.

Il ritorno degli zapatisti

Oltre ventimila manifestanti sono scesi dalle loro comunità del Chiapas e hanno “occupato” pacificamente le strade di San Cristobal de las Casas. Un nuovo messaggio di Marcos

da Il Fatto quotidiano
Federico Mastrogiovanni
In silenzio, sotto la pioggia, in colonne ordinate, migliaia di zapatisti sono scesi dalle loro comunità nelle montagne del sudest messicano del Chiapas e hanno “occupato” pacificamente le strade di San Cristobal de las Casas, Ocosingo e Las Margaritas.
Marciando con in mano la bandiera dell’Ezln (nera con una stella rossa) e la bandiera messicana, sono tornati ad appropriarsi delle strade. Proprio come avevano fatto il 1° gennaio del 1994, ma stavolta senza armi, nemmeno di legno, come le avevano quel giorno.
L’atto simbolico è durato poche ore, nel giorno in cui dappertutto si aspettava, senza alcuna ragione, la fine del mondo, i discendenti dei Maya hanno approfittato della fine del trdicesimo bak’tun per tornare a manifestarsi.
Dopo anni di silenzio l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale torna a far parlare di sé. Lo fa non per celebrare la “fine del mondo”, ma per ricordare il massacro di Acteal, avvenuto 15 anni fa, il 22 dicembre 1997, ad opera di un gruppo paramilitare appoggiato dallo Stato messicano.

mercoledì 19 dicembre 2012

Si può (ancora) cambiare….


Un’occasione da non perdere per costruire un’alternativa al centrosinistra

 Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Critica
Migliaia di donne e uomini in tutt’Italia hanno nei giorni scorsi partecipato alle assemblee locali del progetto “Cambiare si può”, dando vita ad un’esperienza importante di discussione, di relazione e di proposta politica.
Queste assemblee hanno rappresentato un dato molto positivo per la partecipazione, per la discussione approfondita, per lo spirito unitario che le ha animate e per l’interesse e il consenso che hanno ricevuto (e sono stati recepiti) contenuti di radicale alternativa alle politiche liberiste, al cappio del debito, alla distruzione del bene pubblico. Contenuti di radicalità che si sono sempre accompagnati all’affermazione di una collocazione a sinistra e alternativa al centrosinistra. Un percorso che parte dal basso e vuole fare a meno di leader, di schemi predefiniti, di una politica ormai vecchia e assolutamente distante dai bisogni, dalle speranze e dalle passioni di lavoratrici e lavoratori (precari e non), disoccupate/i, pensionate/i, giovani.

mercoledì 12 dicembre 2012

Ma se i conti del Comune di Fossano sono stati salvati da Alpiacque allora...


La notizia, data ad ottobre da alcuni periodici locali, fa riflettere il Comitato Cuneese “Acqua Bene Comune”: “Gli altri comuni soci inconsapevoli filantropi del buco di bilancio?”

La notizia non è di questi giorni perché è apparsa su alcuni giornali di Fossano nello scorso mese di ottobre 2012: “I conti del Comune di Fossano salvati da Alpiacque”.
AlpiAcque è una società per azioni a capitale misto (pubblico 51% - privato 49%) che gestisce il Servizio Idrico Integrato in 17 comuni: Fossano, socio di maggioranza, detiene il 32,85%; Savigliano il 5%; Saluzzo il 3,7%; Marene il 3%; Racconigi, Cavallermaggiore e Cervere hanno l’ 1% ciascuno e i rimanenti Genola, Salmour, Villanova Solaro, Moretta, Monasterolo, Cardè, Piozzo, Verzuolo, Trinità e Sant’Albano Stura hanno quote inferiori all’1%.

domenica 9 dicembre 2012

Spagna: Il ritorno della mulier domestica?


Le politiche di uscita dalla crisi provano a scaricare il peso sulle spalle delle donne. Che, ovviamente, non ci stanno. Testimonianza spagnola dall'autrice di "Pianeta indignato"

Riportare le donne in casa. Questo, a quanto pare, sarebbe il rimedio a cui le attuali politiche cercano di ricorrere per venir fuori dalla crisi. L’orientamento ideologico è chiaro, tanto a livello economico quanto sociale.
Non ci vuole molto a capire che per far fronte ai tagli perpetrati ai servizi pubblici di base - come la salute, l’insegnamento ed altre varie agevolazioni sociali, come quelle previste dalla Legge sulla Dipendenza [N.d.T. La legge per la promozione dell’autonomia delle persone non autosufficienti, adottata nel 2006 sotto il governo di Zapatero] - l’impegno dell’assistenza alla famiglia, invisibile ma necessario, aumenta e finisce per ricadere maggiormente sulle donne.
Così il costo della crisi si abbatte sul popolo. Ecco l’attacco frontale ad un già malconcio stato sociale.

Non è una novità che il sistema capitalista si perpetui in buona misura attraverso il lavoro domestico non salariato che noi donne svolgiamo, soprattutto a casa. Una quantità di lavoro enorme, non remunerato, di cui non ci si può dimenticare e di cui il capitalismo ha bisogno per reggere.
Poco dopo il suo insediamento, il PP [N.d.T. Partito Popolare spagnolo di Rajoy] ha annunciato un taglio di 283 milioni di euro nel budget già anemico della Legge sulla Dipendenza, trascinandola al limite della revoca. Questa misura, oltre a lasciare circa 250.000 persone senza aiuto, ha reso praticamente impossibile l'inserimento di nuovi beneficiari, aumentando il carico di pressione sulle donne. L’assistenza, che non viene più assunta dall’amministrazione pubblica, finisce per ricadere inevitabilmente sul settore privato, a casa e, in particolare, sulle madri e sulle figlie di persone non autosufficienti. Il benessere della famiglia resta in equilibrio solo al costo di incrementare il lavoro domestico.

martedì 4 dicembre 2012

Considerazioni sull’assemblea nazionale di “Cambiare si può”



cambiaresipuo
di Francesco Locantore
L’assemblea del primo dicembre al Teatro Vittoria di Roma, promossa dai firmatari dell’appello “Cambiare si può”, è stato un momento importante di discussione e partecipazione di tante e tanti cittadini ed ha testimoniato una domanda di un’alternativa politica antiliberista – il cosiddetto “quarto polo” – fortemente presente nella società.
La domanda è posta: si può costruire una proposta politica che metta al centro il lavoro e i diritti, i beni comuni, la partecipazione, contro le logiche perverse del mercato e della finanza? Una lista alternativa a centrodestra, centrosinistra e movimento 5 stelle in vista delle prossime scadenze elettorali?