L’articolo costituisce la terza parte di un saggio ancora più ampio; le prime due parti “2007-2012: 6 anni che hanno fatto vacillare le banche” e “La BCE e la Fed al servizio delle grandi banche private” sono disponibili solo in francese alla pagina:
Non sottovalutare la capacità dei governi di approfittare di una situazione di crisi
Tutti i principali mezzi di comunicazione di massa affrontano i problemi della possibile esplosione dell’eurozona, del fallimento delle politiche di austerità rispetto alla ripresa economica, delle tensioni tra Berlino e Parigi, tra Londra e i paesi membri della zona euro, delle contraddizioni interne del consiglio della BCE, delle enormi difficoltà di trovare un’intesa sul bilancio dell’UE, delle irritazioni di alcuni governi europei nei confronti del FMI sul dosaggio dell’austerità. Tutto questo è vero, ma non va soprattutto dimenticato un punto fondamentale: la capacità dei governanti che si sono docilmente messi al servizio delle grandi imprese private di gestire una situazione di crisi, o di caos, per muoversi nel senso richiesto da queste stesse grandi imprese. Non si dissimula neanche più lo stretto nesso tra governanti e grande Capitale. Alla testa di vari governi, collocati in importanti ruoli ministeriali e alla presidenza della BCE si trovano personaggi direttamente provenienti dal mondo dell’alta finanza, a partire dalla banca d’affari Goldman Sachs. Certe figure politiche di primo piano vengono compensate con un posto in una grande banca o in un’altra grande impresa una volta prestati i loro buoni uffici in favore del grande Capitale. Non è una novità, ma è più evidente e ricorrente rispetto agli ultimi cinquant’anni. Si può parlare di veri e propri vasi comunicanti.
Ritenere che la politica dei dirigenti europei costituisca un insuccesso perché non c’è il riscontro della crescita economica significa sbagliare in parte criterio d’analisi. Gli obiettivi perseguiti dalla direzione della BCE, dalla Commissione Europea, dai governi delle economie più forti dell’UE, dalle direzioni delle banche e delle altre aziende private non sono né la rapida ripresa della crescita, né la riduzione delle asimmetrie presenti nell’eurozona e nell’UE per renderle un complesso più coerente in cui far ritornare la prosperità.
Fra i loro obiettivi principali ne vanno messi in rilievo due:
- evitare un altro tracollo finanziario e bancario, che potrebbe rivelarsi peggiore di quello del settembre 2008 (affrontato in due miei precedenti articoli e che verrà ripreso in un quarto – NdA);
- utilizzare svariati strumenti (il rilevantissimo aumento della disoccupazione, il rimborso del debito pubblico, la ricerca dell’equilibrio di bilancio, lo stimolo del miglioramento della competitività degli Stati membri dell’UE tra di loro e rispetto ai concorrenti commerciali degli altri continenti), per procedere alla peggiore offensiva portata avanti dopo la seconda Guerra mondiale su scala europea dal Capitale contro il Lavoro. Si tratta di aumentare ulteriormente la precarietà dei lavoratori, di ridurne drasticamente la capacità di mobilitazione e di resistenza, di ridimensionare in misura rilevante i salari e svariate indennità sociali, mantenendo le enormi disparità tra i lavoratori dell’UE per accrescere la concorrenza tra loro.