martedì 20 dicembre 2011

Un Audit sul debito anche in Italia


La proposta della commissione rilanciata in Italia da Loretta Napoleoni, Fausto Bertinotti, Guido Viale, Massimo Carlotto, Giorgio Cremaschi, Gianni Vattimo e molti altri.
L'appello promosso da rivoltaildebito comincia a raccogliere le prime, significative, adesioni. Val su RiD per firmarlo.
Un Audit pubblico dei cittadini sul debito pubblico. Questa è la proposta che ha raccolto decine di migliaia di adesioni in Francia (tra i promotori Susan George, François Chesnais, Etienne Balibar,http://www.audit-citoyen.org) e che, rilanciata in Italia dalla campagna Rivolta il Debito (www.rivoltaildebito.org) ha ottenuto adesioni importanti tra cui: Marco Bersani, Fausto Bertinotti, Piero Bevilacqua, Maria Grazia Campari, Salvatore Cannavò, Massimo Carlotto, Giulietto Chiesa, Giorgio Cremaschi, Andrea Fumagalli, Francesco Gesualdi, Christian Marazzi, Loretta Napoleoni, Giovanni Russo Spena, Gianni Vattimo, Guido Viale
La proposta è finalizzata a creare una commissione in grado di visionare il debito, come è stato contratto, a favore di chi e di quali interessi.
"Noi vogliamo fare nostra questa proposta - si legge nell'appello italiano - per rivedere in profondità l'entità del debito pubblico italiano accumulato nel tempo per favorire rendite, profitti, interessi di casta e di una ristretta elite e non certo per favorire le spese sociali, l'istruzione, la cultura, il lavoro. Una proposta che serve per impostare un'altra politica economica, del tutto alternativa a quella avanzata in questi anni dai vari governi che si sono succeduti e improntata alla redistribuzione della ricchezza, alla valorizzazione dei beni comuni, del lavoro, del welfare, dell'ambiente contro gli interessi del profitto e della speculazione finanziaria.
Una politica economica per il 99% contro l'1% del pianeta.*

Articolo 18, dieci anni di attacchi


La prima offensiva contro lo Statuto inizia nel 2001 con il "patto di Parma" tra Berlusconi e Confindustria. Ma la Cgil resiste. Dove non è riuscito il Cavaliere riusciranno i Professori?
Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
La bestia nera della destra italiana, e della Confindustria, resta l’articolo 18. La disposizione contenuta nello Statuto dei lavoratori risale al 1970 e la sua incubazione risente del clima del ’68 e del ’69, il vero “autunno caldo” italiano che produsse una corposa legislazione sociale. Curioso che a cercare di scardinare la norma voluta da un socialista riformista come Giacomo Brodolini – ministro del Lavoro nel 1969 ispiratore dello Statuto scritto poi da un altro socialista, Gino Giugni – sia stato sempre un altro sedicente socialista come Maurizio Sacconi, legato a Gianni De Michelis e vicecapogruppo del partito di Craxi a metà degli anni 80. Da ministro del Lavoro nell’ultimo governo Berlusconi, e da sottosegretario allo stesso dicastero nel governo del 2001-2006, Sacconi si è speso a fondo contro quella legge.
L’offensiva contro l’articolo 18 inizia già nel 2001 quando il governo Berlusconi decide di onorare il “patto di Parma” siglato con la Confindustria di Antonio D’Amato, nel marzo del 2001, quando il leader degli industriali chiedeva maggiore “libertà di licenziare”. La protesta sindacale, a eccezione di Cisl e Uil, e immediata e il 23 marzo 2002 la Cgil, guidata dall’allora segretario Sergio Cofferati, promuove in solitaria la più grande manifestazione sindacale della storia italiana con circa 3 milioni di persone al Circo Massimo di Roma

No debito day il 21 gennaio


L'assemblea del Comitato "no debito" a Roma del 17 dicembre lancia un'agenda di opposizione al governo Monti e all'austerità targata Europa
Checchino Antonini
Da Bocconi a Piazza Affari, il prossimo corteo nazionale No Debito non sarà a Roma ma a Milano e collegherà due punti cruciali per la governance delle banche. Come dire: anziché i maggiordomi si assediano i padroni. Perché questo spazio antiliberista, racchiuso nei cinque punti del 1°Ottobre (no al debito, alle spese militari, alle grandi opere, sì alla patrimoniale, ai beni comuni e alla democrazia) vuole costruire l’opposizione politica e sociale al governo “techno” e guasterà la festa a Monti anche quando scenderanno in Italia Merkel e Sarkozy, attesi per gennaio, fino a promuovere campagne in Italia e in Europa perché i cittadini si pronuncino - e boccino - sulla cessione di sovranità alla Bce, sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.
Poi si scenderà tutti a Napoli per attraversare il luogo simbolo della doppia schiavitù: «Ogni fabbrica che chiude al Sud c’è un silenzio colpevole, da Termini Imerese alla Iris Bus, ogni volta quel vuoto sociale drammatico viene riempito dalle mafie o dal lavoro nero». E prima ancora, i No Debsciopereranno il 27 gennaio coi sindacati di base e l’11 febbraio contesteranno Marchionne assieme alla Fiom. Tutto ciò passerà per la generalizzazione dei comitati nei territori e un No debito day calendarizzato per il 21 gennaio, giornata della visibilità della resistenza contro il pagamento del debito, l’austerità e la rapina di democrazia. E’ previsto un seminario sulla comunicazione e sarà disponibile un conto per l’autofinanziamento

sabato 17 dicembre 2011

Manifestazione nazionale Fiom l'11 febbraio


Landini annuncia l'iniziativa di tutti i metalmeccanici allargata a chiunque e lancia un altro pacchetto di sciopero in Fiat. Dove parte la raccolta firme per il referendum abrogativo
imq
La Fiom «organizzerà per l'11 febbraio una grande manifestazione nazionale di tutti i metalmeccanici per la difesa dei diritti dei lavoratori e per un nuovo modello di sviluppo». È quanto ha annunciato il segretario delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini, nel corso di una conferenza stampa in cui sono stati annunciati nuovi scioperi alla Fiat. Landini ha infatti annunciato che nei prossimi giorni, prima di Natale, la segreteria deciderà «un pacchetto di ore di sciopero da effettuare a gennaio a livello territoriale e aziendale sui temi della difesa del contratto nazionale e della vicenda Fiat».
Landini ha spiegato, così, le decisioni prese al termine della direzione Fiom, evidenziando che le ore di sciopero a livello territoriale precederanno la grande manifestazione nazionale dei metalmeccanici che si terrà l'11 febbraio. Alla base delle iniziative c'è sia la risposta al contratto Fiat, siglato nei giorni precedenti dagli altri sindacati, sia la manovra «recessiva». Secondo il segretario generale delle tute blu della Cgil, infatti, l'accordo Fiat «oltrepassa anche l'intesa del 28 giugno, non è solo una deroga ma supera completamente il contratto nazionale di lavoro». Inoltre, ha sottolineato Landini, secondo questa intesa «chi non è d'accordo non ha diritto di esistere». Inoltre, ha fatto sapere, «in alcuni stabilimenti i lavoratori che contestano l'accordo Fiat hanno chiesto un referendum abrogativo». Per Landini, quindi, «il mese di gennaio sarà un mese di assemblee» in cui i lavoratori decideranno le azioni da intraprendere. A riguardo la Fiom si è detta pronta a percorrere ogni strada, anche legale.
Nelle intenzioni della Fiom, la manifestazione dell'11 febbraio dovrebbe avere le caratteristiche di quella organizzata il 16 ottobre del 2010: indetta dalla Fiom ma con intorno la più grande alleanze di forze.

Firenze, la rabbia e la dignità


L'appello del coordinamento senegalese per la manifestazione di sabato 17 dicembre. L’appuntamento è alle ore 15 in Piazza Dalmazia con arrivo a Piazza Santa Maria Novella
I nostri fratelli Mor Diop e Samb Modou sono stati assassinati e Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike gravemente feriti da una mano armata dall’odio xenofobo, lucido e determinato. Tutti sono vittime della manifestazione estrema di un razzismo quotidiano che umilia sistematicamente la nostra dignità.
La strage del 13/12 a Firenze necessita di una risposta ampia e plurale, che esprima lo sdegno per i barbari assassinii e la ferma volontà di operare concretamente perché simili fatti non si ripetano. E' necessario che non ci si limiti all'abbraccio solidale verso la nostra comunità colpita ed alla partecipazione al nostro dolore solo per un giorno.

Occorre andare più a fondo e individuare tutte e tutti insieme come si è costruito nel tempo il clima che rende possibile l'esplodere della violenza razzista come è avvenuto il 13 dicembre a Firenze e solo due giorni prima a Torino con il pogrom contro un insediamento Rom. Bisogna interrogarci su come siano stati dati spazi, per disattenzione e/o per complicità, ai rigurgiti nazi-fascisti di gruppi come Casa Pound, quale ruolo abbiano avuto in questa escalation non solo i veleni sparsi dalle forze "imprenditrici" del razzismo, ma anche gli atti istituzionali che, a livello nazionale e locale, hanno creato, in nome dell'ordine e della sicurezza, discriminazioni e ingiustizie.

venerdì 16 dicembre 2011

Fermare Wall Street sul fronte del porto


Ancora un successo dello sciopero portuali a Oakland, organizzato dal movimento Occupy. Prosegue la pratica della relazione diretta con i lavoratori aggirando i sindacati
Michele Cento
versione integrale suwww.connessioniprecarie.org
Neanche fosse il miracolo di San Gennaro, il blocco del porto di Oakland è riuscito ancora una volta. Senza però scomodare i santi, il successo diOccupy Oakland è dipeso piuttosto dalla sua capacità di aggregare i vari movimenti Occupy della West Coast e di trasformarli in canali della rabbia sociale che monta nel mondo del lavoro americano. Certo, i numeri della protesta sono stati inferiori a quelli del tutto inattesi dello sciopero generale del 2 novembre, così come le resistenze del sindacato, soprattutto a livello nazionale, hanno indebolito l’iniziativa di Occupy Oakland. Ci sono stati anche momenti di tensione con alcuni autotrasportatori sindacalizzati, che temevano di non poter portare a casa la paga giornaliera, ma i portuali hanno aderito in massa al blocco del porto e lo hanno fatto, sia pure in misura diversa, nelle principali città della West Coast.
Il dato inedito dello sciopero del 12 dicembre è infatti quello di aver rotto la pratica delle azioni isolate, lanciando un’iniziativa coordinata per bloccare i porti della costa occidentale. Numerose le adesioni: oltre ad Oakland, hanno partecipato, tra gli altri, Los Angeles, Seattle, Portland, Houston, San Diego, Vancouver, mentre Denver e New York hanno organizzato iniziative in solidarietà con Oakland. L’obiettivo era rispondere agli sgomberi che hanno colpito uno dietro l’altro i principali Occupy del paese, in seguito a una strategia concertata – in maniera del tutto bipartisan – dalle amministrazioni cittadine Usa. Come era già successo nello sciopero generale del 2 novembre, la difesa delle occupazioni nate per combattere gli apprendisti stregoni di Wall Street si è saldata con forme di lotta a favore dei lavoratori, nella convinzione che il potere oscuro della finanza poggi sempre e comunque sullo sfruttamento del lavoro. E non a caso gli obiettivi dichiarati del blocco del porto sono l’Egt, multinazionale dell’agro-business in procinto di licenziare 4000 membri dell’International Longshoremen and Warehouse Union (Ilwu, sindacato dei portuali) a Longbeach, e l’Ssa Marine, operatore marittimo controllato da Goldman Sachs che a Los Angeles ha licenziato 26 autotrasportatori che vorrebbero formare un sindacato. Shut Down Wall Street on the Waterfront (Fermare Wall Street sul fronte del porto), come recita lo slogan del volantino di Occupy Oakland, sintetizza questa consapevolezza.

La ricchezza che nessuno vede


La Banca d'Italia pubblica l'analisi sulla ricchezza degli italiani a fine 2010. Oltre 9 mila miliardi di euro, il 45 per cento dei quali è concentrato nelle mani del 10 per cento delle famiglie
Salvatore Cannavò
da ilfattoquotidiano.it
La Banca d’Italia ha pubblicato lo studio sulla ricchezza delle famiglie italiane alla fine del 2010. E, come negli anni precedenti, ne viene fuori il quadro di un paese abbastanza ricco, soprattutto per la proprietà di abitazioni, con una ricchezza concentrata verso la punta della piramide e con famiglie a più basso reddito che sono anche quelle più indebitate. Una radiografia che andrebbe conservata con cura quando si decide di risanare questo paese. Non sembra che il governo Monti lo abbia fatto.
Alla fine del 2010 la ricchezza lorda delle famiglie italiane era pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400 mila euro in media per famiglia. Le attività reali (abitazioni, terreni, capannoni, impianti) rappresentavano il 62,2 per cento della ricchezza lorda per 5.925 miliardi di euro, le attività finanziarie (titoli, depositi, biglietti) il 37,8 per cento, per 3.600 miliardi di euro. Le passività finanziarie (i debiti privati), pari a 887 miliardi di euro, rappresentavano il 9,3 per cento delle attività complessive. Rispetto al 2009 la ricchezza netta a prezzi correnti è rimasta invariata; a prezzi costanti, invece, (utilizzando il deflatore dei consumi) si è ridotta dell’1,5 per cento.

No al debito, no a Monti


A Roma, il 17 dicembre, l'assemblea del "no debito" per rilanciare la più ampia unità all'opposizione del governo della Bce e dell'austerity
Giorgio Cremaschi
da Liberazione
Dobbiamo fermarli! Così concludevamo l'appello lanciato nel luglio scorso contro l'Europa delle banche e della speculazione finanziaria, appello che portò all'assemblea di Roma del 1° ottobre. Quando siamo partiti c'era ancora il governo Berlusconi e la politica economica dettata dalla finanza internazionale si era scatenata soprattutto sulla Grecia. Pensavamo che sarebbe arrivata da noi, visto che l'Ue di oggi ne è una pura esecutrice, tuttavia non potevamo prevedere che tutto sarebbe precipitato così in fretta.
Invece l'attacco speculativo al debito pubblico italiano e a quello di tutti i principali paesi dell'Ue, e il contemporaneo totale fallimento del governo Berlusconi, hanno portato a far sì che il governo unico delle banche divenisse il concreto governo della Repubblica italiana. Ora che la lettera della Bce è diventata formalmente programma di governo, ciò che sembrava largamente diffuso nell'opinione pubblica e soprattutto nella grande informazione, non lo è più.

giovedì 15 dicembre 2011

The protester.


The protester

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NOTA QUOTIDIANA
E' il "manifestante", secondo Time Magazine, il personaggio dell'anno 2011. Colui, e colei, che ha contribuito "a cambiare il mondo"
In Nord Africa, Medio Oriente, Europa, Stati Uniti e Russia, il protagonista del 2011 è stato «Il manifestante», che ha contribuito a «cambiare il mondo». Così scrive il Time magazine, che pertanto questa settimana gli dedica la sua prestigiosa copertina con la dicitura: «persona dell'anno», in una tradizione che si ripete dal 1927 e che, di volta in volta, ha visto 'incoronatì per lo più capi di Stato e leader della politica o della finanza. Nel 2011 ci sono state ovunque proteste per il fallimento di vecchie leadership e irresponsabili istituzioni, e i manifestanti hanno «letteralmente incarnato l'idea che l'azione individuale può portare un cambiamento collettivo, colossale», scrive nel suo editoriale il direttore del settimanale, Rick Stengel, sottolineando che, «anche se compresa in maniera diversa in posti diversi, l'idea di democrazia è stata presente in ogni manifestazione». Secondo l'analisi di Stengel, «nessuno avrebbe potuto sapere che quando un venditore ambulante tunisino si è dato fuoco in una piazza di una cittadina appena segnata sulle carte geografiche, avrebbe innescato proteste che hanno rovesciato dittatori in Tunisia, Egitto e Libia e scuotono regimi in Siria, Yemen e Bahrein».

L'amara conclusione del vertice di Durban


Il negoziato si è chiuso per portare a casa un risultato deludente, che svende l’Africa e i paesi più poveri agli interessi corporativi globali dietro a una promessa di accordo futuro quanto mai inconsistente
Elena Gerebizza
da il manifesto
A Durban si è sepolta per sempre l’idea che una soluzione alla questione dei cambiamenti climatici si possa trovare tra le mura di un centro congressi. Il negoziato si è chiuso domenica mattina, trentasei ore dopo la scadenza prefissta del venerdì sera, per portare a casa un risultato deludente, che svende l’Africa e i paesi più poveri agli interessi corporativi globali dietro a una promessa di accordo futuro quanto mai inconsistente.
La 17a Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) verrà forse ricordata per aver trovato una soluzione in extremis per salvare un multilateralismo oramai solo di facciata. O forse per avere palesato le reali implicazioni di un accordo globale ambizioso, equo, e con obiettivi vincolanti che permettano di frenare l’innalzamento della temperatura globale sotto la soglia di rischio di 1,5 C, garantendo il necessario trasferimento di risorse ai Paesi poveri che soffrono gli impatti dei cambiamenti climatici senza avere contribuito a causarli. Questi i termini minimi di un accordo accettabile, che i governi africani speravano si avvicinasse a Durban, in un eccesso di fiducia per il governo ospite della conferenza, quello sudafricano. L’esecutivo di Pretoria (come il Messico lo scorso anno) ha in realtà favorito dall’inizio l’agenda di Unione europea e Stati Uniti, al punto che il negoziato su alcuni temi – come sulla questione dell’agricoltura, centrale per i governi africani nel quadro delle misure di adattamento – non è mai iniziato, ma una proposta predefinita è stata comunque inclusa nel “pacchetto unico” uscito dagli incontri ristretti a cui hanno preso parte i ministri dell’ambiente durante la seconda settimana, seguendo un copione già testato nei due ultimi appuntamenti negoziali di Copenhagen e Cancun