lunedì 28 marzo 2011

La rivolta dell'acqua può vincere



La campagna referendaria è stata lanciata di fatto con il successo della
manifestazione di sabato 26 marzo. Le ragioni di un referendum che per
la prima volta, dopo tanti anni, mette in discussione il profitto

Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
Il corteo del "popolo dell'acqua" ha aperto ufficialmente la campagna referendaria che
porterà al voto del 12 e il 13 giugno che, negli auspici del governo,dovrà garantire una
distanza di sicurezza dall'ottenimento dal quorum. Quel referendum è stato garantito da
oltre un milione e quattrocentomila firme che hanno passato il vaglio della Corte di
Cassazione e della Corte costituzionale (un analogo referendum presentato dall'Idv è
stato invece bocciato). E tutto questo è avvenuto senza alcun contributo decisivo di
apparati o forze organizzate, partiti o sindacati. A raccogliere le firme sono stati cittadini,
comitati locali, una partecipazione democratica che non si vedeva da tempo. Questo si
riflette anche sulle modalità della campagna, gli argomenti utilizzati, lo stile di
comunicazione, la modalità carsica del movimento. Che non ambisce a una disputa
ideologica ma vuole puntare soprattutto sui dati reali. Come spiega al Fatto quotidiano
Marco Bersani, uno dei promotori del referendum, "questa è una battaglia dei cittadini
contro i poteri forti" e muove quindi dal basso verso l'alto. A supportarla, del resto, ci sono
dati incontrovertibili.
Da quando l'acqua è stata messa a disposizione di Società per azioni, siano esse private,
pubbliche o miste privato-pubblico, il suo scopo è diventato, naturalmente, quello di
produrre degli utili e di creare dividendi per gli azionisti. "Ma gli effetti di questa logica -
spiega Bersani - sono tutti socialmente dannosi". Perché quegli utili possono essere
ricavati solo da quattro voci: "L'aumento delle tariffe, la riduzione del costo del lavoro, la
riduzione della qualità del servizio, l'aumento dei consumi di acqua.
I dati, tratti dal Convi.ri, il Comitato ministeriale di Vigilanza sulle Risorse idriche e dal
centro Civicum di Mediobanca, sono lapidari. Negli ultimi dieci anni le tariffe sono
aumentate del 68% mentre l'inflazione "solo" del 21 per cento, un rapporto quindi di uno a
tre. Per quanto riguarda invece il costo del lavoro, da quando esistono le Spa,
l'occupazione del settore si è ridotta del 15-20 per cento con un'impennata della
precarizzazione. "Si potrebbe sostenere - sottolinea Bersani - che si sia trattato di una
riduzione dei privilegi delle aziende pubbliche ma in questo caso il fenomeno si sarebbe
dovuto limitare ai primi anni di privatizzazione. Invece è continuato e non accenna a
fermarsi".
C'è un argomento fondamentale di cui i fautori delle privatizzazioni si fanno forti: lo Stato
non ha un soldo, la rete idrica italiana è allo stremo, i privati portano soldi, investimenti,
qualità, servizi migliori. Ai promotori del referendum, infatti, viene contestato in particolare il
secondo quesito, quello che abroga la norma secondo la quale le tariffe vengono
integrate per remunerare in forma adeguata il capitale investito. Insomma, profitti sicuri
garantiti dalle bollette dei cittadini. Bersani prende ancora i dati del Con.vi.ri: "Nel
decennio precedente alla legge Galli, cioè quello che va dal 1986 al 1995, gli
investimenti erano pari a 2 miliardi di euro l'anno. Nel decennio successivo, dopo
l'avvento di Spa e privati, che va dal 1996 al 2005, gli investimenti sono crollati a 700
milioni di euro. Tra l'altro il movimento referendario ha deciso anche di porsi il problema
del finanziamento degli investimenti idrici. Per ammodernare la rete servirebbero infatti 40
miliardi in venti anni, cioè 2 miliardi all'anno. E se almeno 1 miliardo potrebbero essere
recuperati dalla riduzione delle spese militari, viene anche avanzata l'ipotesi del "prestito
irredimibile", una somma versata dai cittadini allo Stato in cambio di un interesse del 6,5%
per un numero di anni da definire. Su questo punto si svolgerà un convegno ad aprile.
L'ultimo dato è quello che riguarda il consumo: l'Italia è tra i paesi che consumano piÀ
Ma allora, contestiamo noi, sono meglio i "carrozzoni pubblici", le Acea controllate da
giunte come quella di Alemanno che si è distinta per la parentopoli all'Ama o all'Atac? "In
realtà, risponde Bersani, indipendentemente dal capitale pubblico, chi controlla e gestisce
un'azienda idrica sono i privati che compongono il Cda al di là delle loro quote azionarie.
Chi ha deciso gli investimenti dell'Acea in Armenia, Albania, Perù, Santo Domingo,
Honduras? I cittadini romani non ne sanno nulla". E quindi il problema è anche quello di
migliorare la democrazia, controllare le decisioni, passare da organismi nominati a
organismi democraticamente eletti.
Nel referendum vuole esserci tutto questo. "E' una sfida decisiva perchè non solo dopo
due decenni si possono sanzionare le politiche liberiste ma soprattutto si può dare fiato a
una battaglia dei cittadini contro i poteri forti". Stavolta non c'è uno schieramento politico
ben definito. Certo, la legge da abrogare è stata approvata dal governo Berlusconi ma il
suo estensore, Andrea Ronchi, oggi è all'opposizione con Futuro e Libertà. Il Pd ha diversi
problemi visto che nelle "regioni rosse" la privatizzazione dell'acqua è stata pioneristica
ma gran parte di questo movimento è schierata con il centrosinistra. La Lega, invece, ha
più di un mal di pancia tanto che i referendari nella Lombardia del Carroccio hanno
raccolto la bellezza di 250 mila firme.
Aver fissato il voto così in là nel tempo, a metà giugno, è un chiaro tentativo di disinnesca ilr e
referendum che, ricordiamo, è valido solo se la metà più uno degli aventi diritto si reca alel
urne. Ma mai come stavolta c'è fiducia nel raggiungimento dell'obiettivo. "La nostra
campagna referendaria - conclude Bersani - si è svolta a freddo, senza alcun fatto
eccezionale che emozionasse o attirasse l'attenzione, senza l'appoggio di alcun grande
giornale e nonostante questo abbiamo raccolto 1,4 milioni di firme". Per cercare di far
crescere l'attenzione il movimento referendario sta per lanciare la campagna delle
"Bandiere dell'acqua appese ai balconi" (un lenzuolo azzurro con il simbolo dei 2Sì), un
modo per far crescere il passaparola. Si sono poi inventati una sottoscrizione originale: se
il quorum sarà raggiunto il Comitato beneficerà del rimborso elettorale e quindi i cittadini che
avranno sottoscritto si vedranno restituire i soldi.

venerdì 25 marzo 2011

Referendum 12 e 13 giugno.


COMUNICATO STAMPA

Referendum 12 e 13 giugno. Il Governo non si illuda, vinceremo i referendum

Il Comitato Referendario 2 Si per l'Acqua Bene Comune apprende che le date scelte per lo svolgimento dei referendum sono quelle del 12 e il 13 giugno. Quella del mancato accorpamento con le elezioni amministrative è una decisione sconcertante, che brucia 400 milioni di euro e di cui il Governo dovrà dar contro ai cittadini.

Non si illuda la maggioranza, porre i referendum a metà giugno non scoraggerà gli italiani dall'andare al voto. Il Comitato Referendario è certo del successo referendario, del raggiungimento del quorum e della vittoria dei SI per l'acqua bene comune.

Sabato 26 marzo tutte le italiane e tutti gli italiani sono invitati alla grande manifestazione per l'acqua a Roma, per gridare a tutti che un'altra Italia è possibile.


Roma, 23 marzo 2011


Il disastro perfetto dell'opposizione

Le opposizioni, tutte unite, votano una mozione sulla Libia insieme alla maggioranza: 547 voti favorevoli e 10 contrari. Non sazio, il Pd consente alla Lega di approvare il federalismo regionale in Bicamerale. E Berlusconi si rafforza

Sa.Can.

Pensavamo che l'operazione realizzata al Senato, il 23 sera, fosse quanto di peggio potesse mostrare l'opposizione parlamentare italiana. Una mozione presentata al voto dell'aula più realista del re, con una richiesta di intervento militare in Libia "senza se e senza ma" quando invece la mozione della maggioranza - per ragioni che qui non indaghiamo ma che nulla c'entrano con la pace - poneva alcuni paletti e distinguo. Mozioni che hanno ricevuto soltanto il voto dei proponenti ma che sono state entrambe approvate perché gli avversari non hanno partecipato al voto e quindi hanno lasciato campo libero ai Sì.
Alla Camera, però, le opposizioni sono riuscite a fare di peggio. La loro risoluzione, infatti, è stata talmente favorevole all'intervento ed al mandato Onu che Pdl e Lega non hanno potuto fare a meno di approvarla: 547 sì, 10 contrari e 29 astenuti su un documento presentato unitariamente da: Franceschini, Adornato, Della Vedova, Donadi, Vernetti, Melchiorre e La Malfa. Tutti uniti appassionatamente, Pd, Idv, Fli, Udc, Api, Liberali e Repubblicani. I quali hanno pensato che la maggioranza non avrebbe tenuto sulla propria mozione messa ai voti subito dopo e che quindi si sarebbe realizzata una nuova maggioranza parlamentare, maggioranza di unità nazionale.

E invece, sia pure sul filo di lana, il centrodestra ce l'ha fatta, nonostante le posizioni oltranziste della Lega in materia di immigrazione e la mozione è stata approvata con 300 voti favorevoli contro 293 contrari e 2 astenuti. A Berlusconi sono mancati un bel po' di voti - i Responsabili hanno presentato il primo conto per le poltrone che ancora non hanno occupato - ma all'opposizione sono mancati ben 12 deputati. Il risultato finale è ovvio: Berlusconi è uscito notevolmente rafforzato dal voto parlamentare con due mozioni approvate, una a larga maggioranza, con l'alleanza con la Lega salva - Lega che, tra l'altro, ha potuto beneficiare anche dell'astensione Pd sul Federalismo che così è stato approvato dalla Bicamerale... - con il comando militare delle operazioni in Libia tornato in mano della Nato. Un disastro perfetto.
Ora, in una situazione come questa, alle varie sinistre in campo, ma in particolare alla sinistra guidata da Nichi Vendola, si pone un quesito non piccolo: davvero si può immaginare un'alleanza con simili strateghi?

Carlo Giuliani, giustizia non è fatta

La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani. Ma la battaglia dei Giuliani andrà avanti.

Checchino Antonini

E' stato ucciso negli scontri innescati dalle cariche illegittime dei carabinieri a un corteo regolarmente autorizzato. Un filmato rivela che sollevò l'estintore solo dopo aver visto la pistola spianata. Ma la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani avvenuta il 20 luglio 2001 a Genova. La decisione è stata presa a maggioranza dai giudici della Grande Camera.
Si legge nel dispositivo della Grande Chambre che l’uso della forza non è stato sproporzionato e che il ricorso alla forza fu necessario contro la «violenza illegale» ma solo per l’episodio specifico - chiarisce nero su bianco la sentenza di 109 pagine - «poiché questo non vuol dire che si giustifica tutto quello che è successo quel giorno».
Tredici voti contro quattro, la Corte dice che non c’è stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione. Dieci contro sette i giudici europei ritengono che non ci sia stata violazione della legge sull’utilizzazione della forza mortale, sull’uso delle armi a disposizione durante il G8 di Genova. Ancora dieci a sette, per i giudici non c’è stata violazione dell’articolo 2 per ciò che concerne l’organizzazione dell’ordine pubblico.
«Avrebbe potuto essere una giornata importante - dice a caldo Haidi Giuliani - e non solo per la famiglia Giuliani, dopo le sentenze su Diaz e Bolzaneto, o sulle violenze della polizia in strada, una sentenza favorevole a noi sarebbe stata un’ulteriore conferma della necessità di fare chiarezza. Purtroppo l’Europa non ci ha risposto positivamente. Ora stiamo valutando l'ipotesi di intraprendere una causa civile». «Da una prima lettura della sentenza - dice l'avvocato dei Giuliani, Paoletti - balza agli occhi che la Corte non preso in considerazione argomenti forti come il fatto che le regole d’ingaggio del nostro esercito vietavano di usare armi letali. Se Placanica anziché una Beretta, una pistola da guerra, avesse avuto una pistola elettrica si sarebbe difeso ma non avrebbe ucciso Carlo. E poi il defender non aveva grate d’acciaio. Quel veicolo non doveva proprio trovarsi in piazza Alimonda».
«Lo Stato italiano ha preteso e ottenuto l'assoluzione per la repressione nelle piazze di Genova, che - oltre ai pestaggi e alle torture - ha portato anche all'uccisione di Carlo Giuliani: giustizia non è fatta», dice Gigi Malabarba di Sinistra Critica, senatore all'epoca dei fatti e promotore della Commissione d'inchiesta parlamentare, mai realizzata. «Tuttavia, pur nella vergogna dell'assoluzione, c'è una ratio: fu a livello dell'Unione europea e degli Stati uniti che furono definite le modalità di intervento nei confronti del movimento No global, come gli “anticipi"nelle violenze contro i manifestanti a Napoli a marzo e a Goteborg a giugno hanno dimostrato. E l'affidamento della catena di comando a Gianni De Gennaro contemplava tutte le brutalità che si sono dispiegate a Genova nel luglio 2001. Come lo Stato italiano, cosí la giustizia europea si conforma a quelle decisioni politiche che, purtroppo è bene ricordarlo, trovarono un consenso bipartisan. Penso sia giusto ricorrere ulteriormente al tribunale civile perchè troppe sono le incongruenze nella vicenda dell'uccisione di Carlo. Ancora una ragione in piú per manifestare a Genova, a dieci anni di distanza, la verità politica che tutti conosciamo: è lo Stato che ha armato la mano di chi ha ucciso in quella piazza!».

mercoledì 23 marzo 2011

Manifestazione Nazionale per L'ACQUA PUBBLICA,

IL 26 MARZO SAPPIAMO DA CHE PARTE STARE! CORTEO NAZIONALE DEI COMITATI “2 SI PER L'ACQUA BENE COMUNE”, PIAZZA ESEDRA, ORE 15:00

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Il 26 Marzo riprenderemo parola insieme ai movimenti per l'acqua pubblica.
Lo faremo per le strade di Roma, tra coloro che non si vogliono rassegnare a vedersi rubato un bene comune qual'è l'acqua.
Saremo con quel milione e quattrocentomila donne e uomini che hanno deciso di opporsi in prima persona alle politiche del Governo Berlusconi, alle privatizzazioni, alla devastazione dei territori.
Per questo la campagna referendaria, la si vuole ostacolare in ogni modo. Si preferisce mandare in fumo 300 milioni di euro, alla faccia di chi sta pagando questa crisi, pur di non accorpare i referendum alle elezioni amministrative. Lo scontro in questo referendum è chiaro.
Da una parte i comitati per il Sì al Referendum che bloccano la privatizzazione dell'Acqua e la reintroduzione del nucleare.
Dall'altra parte le grandi aziende, le multinazionali, gli interessi economici e finanziari che vogliono fare dell'acqua, del sole, delle risorse naturali le proprie fonti di profitto usurpando i territori, i nostri diritti, il nostro futuro.
Noi sappiamo da che parte stare!

Moratoria sul nucleare.

Mentre il governo decide una moratoria di un anno sulla scelta nucleare - che però non abroga la legge e quindi non impedisce il referendum - prendono il via le prime mobilitazioni. E i Verdi tedeschi schizzano al 20%

Blitz antinuclearista nel palazzo dell'Enel in viale Regina Margherita a Roma. Una decina di persone delle reti sociali e ambientaliste romane "No Nuke" hanno forzato le porte e i tornelli all'ingresso dello stabile e sono entrate nell'edificio urlando slogan contro il nucleare e mostrando cartelli su cui era scritto "No nuke no oil no war no Gheddafì". Invitati a uscire, dopo una decina di minuti i manifestanti si sono spostati sul marciapiede di fronte al palazzo e poi si sono allontanati.

"Il nucleare non serve all'Italia". Questo il claim del flash-mob del Comitato "Vota sì per fermare il nucleare" scritto sia sui cartelli, appesi al collo dei partecipanti, sia su un grande lenzuolo bianco steso sul marciapiedi davanti all'ingresso principale della galleria Alberto Sordi, di fronte a palazzo Chigi. Secondo Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf Italia, «non è cambiato nulla con la proroga di un anno. Il futuro del Pianeta - osserva - va verso un'altra direzione: efficienza energetica e rinnovabili, non nucleare». Per Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, l'atomo è «inutile, dannoso e pericoloso», mentre di «proroga-truffa» parla il direttore scientifico dell'associazione, Stefano Ciafani. Sulla stessa linea anche il direttore delle campagna di Greenpeace, Alessandro Giannì, che ricorda come «Tremonti abbia scoperto soltanto adesso che il nucleare è costoso». Infine, tutti i manifestanti chiedono di «abbandonare definitivamente il nucleare» per «rilanciare le rinnovabili, riparando al decreto legislativo che ne ha messo in crisi il settore cancellando gli incentivi».

Le proteste contro il nucleare in Germania hanno spinto i Verdi al 20% questa settimana a livello nazionale, dando a una possibile loro alleanza con i socialdemocratici (Spd) il 45% delle preferenze, sette punti in più rispetto alla coalizione di governo. È quanto emerge dal consueto sondaggio realizzato dal centro ricerche Forsa per il settimanale Stern e l'emittente televisiva Rtl. Quando mancano solo tre giorni alle elezioni regionali di domenica nel Baden-Wuerttemberg e nella Renania-Palatinato, secondo queste indicazioni di voto i Verdi guadagnano due punti rispetto alla settimana scorsa, mentre la Spd ne perde uno, scendendo al 25%. Allo stesso tempo, peggiora la situazione per la maggioranza, con l'Unione (Cdu-Csu) al 33%, tre punti in meno rispetto alla settimana scorsa, e la Fdp invariata al 5%. Se si votasse domenica per le politiche, quindi, la coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel otterrebbe solo il 38% delle preferenze, contro il 45% di un'eventuale alleanza rosso-verde. La Linke è rimasta invariata al 9%.

martedì 22 marzo 2011

Dove va la sinistra Usa?

Si è svolto il Left Forum, luogo di confronto e dibattito delle varie sinistre statunitensi che ha visto riunire circa 3000 persone.

Felice Mometti

La scelta del luogo dove si è tenuto il Left Forum 2011 potrebbe anche avere una valenza simbolica: a due passi da Wall street, nel centro del Distretto finanziario di New York. Quasi una sfida al cuore dell’impero portata dalla sinistra statunitense, da quella “liberal” che ancora rimane nel Partito Democratico ai gruppi anarchici passando per l’associazionismo di base, le organizzazioni della sinistra di classe, sindacalisti “radical” e intellettuali molto critici e delusi da Obama.
Tre giorni di dibattiti, confronti e scambi di esperienze avvenuti in 300 workshops che hanno visto la partecipazione di circa 3000 persone. Un appuntamento che si ripete, con alterne vicende, interruzioni, cambiamenti di nome e formule organizzative dagli anni ’60. In questa edizione i temi più dibattuti sono stati la crisi del capitalismo e le politiche di attacco ai servizi pubblici, le rivolte nei paesi arabi, il cambiamento climatico, il femminismo, i nuovi approcci al pensiero di Marx e Rosa Luxemburg. Nelle discussioni tra i partecipanti, nelle due grandi plenarie e in molti workshops anche se non erano messe a tema emergevano in continuazione valutazioni, impressioni, proposte riferite alla lotta dei cittadini del Wisconsin che per la sinistra Usa ha assunto un valore straordinario, quasi paradigmatico. La volontà di Scott Walker, governatore del Wisconsin, di azzerare qualsiasi diritto dei dipendenti pubblici riducendogli anche lo stipendio e la risposta di un settore consistente di popolazione arrivando anche a occupare il palazzo del governatore, scavalcando le direzioni sindacali che avevano già dichiarato di essere disponibili a trattare a condizione che non venisse messo in discussione il loro ruolo, hanno aperto uno spazio di riflessione sulle politiche e le pratiche dell’intera sinistra nordamericana. Una discussione difficile e complessa che deve fare i conti con due elementi molto problematici, che a volte diventano veri ostacoli: la concezione molto diffusa della separazione netta tra le lotte sociali, la riflessione teorica e la loro valorizzazione in ambito politico e la composizione essenzialmente “bianca” della sinistra anche radicale. La delega, nei fatti, ai sindacati così come sono della conflittualità nei luoghi della produzione sociale senza metter in discussione il loro ruolo di grandi “istituzioni” che agiscono solo se riconosciuti dalla controparte in un paese che ad esempio non vede riconosciuto il diritto di sciopero e di elezione dei rappresentanti dei lavoratori, porta a vedere come sola possibile la battaglia interna alle strutture sindacali. A tutto ciò si deve aggiungere un’immagine un po’ “mitica” della classe operaia delle grandi multinazionali che oscura le potenzialità di milioni di lavoratori e lavoratrici occupati nella distribuzione, nella ristorazione, nei servizi privati. In alcuni workshops del Forum tuttavia questo problema è stato sollevato da esponenti di strutture sindacali locali, da piccole e combattive organizzazioni di lavoratori come l’Iww che hanno posto il problema della rappresentanza diretta dei lavoratori e dello sciopero generale. L’altro elemento che genera problemi riguarda la composizione della sinistra. Una sinistra poco “colorata” dove neri e latinos faticano a trovare luoghi e forme organizzative che rispondono alla loro condizione. In una società in cui c’è una forte recrudescenza della segregazione razziale con nuovi ghetti, una precarietà “etnicamente” orientata e una repressione poliziesca particolarmente mirata e brutale verso i settori poveri della popolazione – un’analisi questa emersa e condivisa in tanti workshops – la sinistra non riesce a costruire relazioni, esperienze e conflitti che incidano nei processi di soggettivazione che interpellano direttamente sia le condizioni di classe che di genere e di “razza”.

Un problema certamente non solo americano ma che qui al Left Forum aleggiava in modo insistente. Probabilmente la formula organizzativa adottata non favorisce i momenti di condivisione collettiva. Se da un lato permette la massima libertà nella proposizione di temi e workshops dall’altro lato non prevede alcun momento di confronto finalizzato alle iniziative comuni e all’organizzazione del conflitto sociale. Ma forse l’evocazione dello slogan “italiano” - non vogliamo pagare la loro crisi - nei volantini distribuiti dai cittadini del Wisconsin anche se in modo implicito faceva riferimento alla necessità di una relazione più stretta tra una teoria collocata nel cielo dell’utopia e una pratica che va stretta alla realtà.

Dire NO all'aggressione militare.

L'aggressione militare sembra ormai l'unica soluzione per risolvere i problemi. Ma è così solo perché non si perseguono altre strade e perché i governi occidentali sono tarati su questa misura. Dire no può apparire in controtendenza ma è l'unica possibilità per pensare a un futuro diverso

Salvatore Cannavò

La guerra torna d'attualità, sconvolge le agende politiche e alimenta le nostre inquietudini. Mentre il mondo si interrogava sul disastro di Fukushima le potenze occidentali hanno iniziato una loro macabra gara per colpire d'anticipo le postazioni del colonnello Gheddafi accorgendosi, con mesi di ritardo, di quanto sta accadendo dall'altra parte del Mediterraneo.
La guerra è già scoppiata, con buona pace del Presidente della Repubblica che la nega, e sarà una guerra ancora una volta fondativa: di nuovi equilibri e di nuovi corsi politici. E a noi tocca, ancora una volta, spiegare e giustificare il nostro No perché la guerra è ormai diventata parte della soluzione politica, elemento integrante dell'agire comune, sbocco condiviso di una rassegnazione collettiva. Anche stavolta, come in Afghanistan, in Kosovo, in Iraq, il nostro No è controcorrente ma nondimeno importante e basato su un ragionamento lucido, per nulla ideologico o precostituito per quanto il rifiuto della guerra è un principio da cui far discendere, legittimamente e doverosamente, l'azione civile. Ma, nonostante l'attacco alla Libia si ammanti di ragioni umanitarie e progressiste - la difesa dei civili - non si possono omettere domande e considerazioni rilevanti.

La "comunità internazionale" si è accorta solo ora che Gheddafi è un pericolo? che la popolazione civile libica viene umiliata e, ora, massacrata? E prima? Perché hanno fatto a gara a stipulare contratti, a vendere armi, a sostenere un regime impresentabile? Che dire dell'Italia ma anche degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Spagna, un po' meno della Francia? Davvero, Gheddafi andava bene fino a quando garantiva commesse petrolifere e bloccava il flusso degli immigrati dal sud al nord e diventa un nemico da eliminare quando la popolazione libica - e non altri! - lo ha messo in crisi e alle strette? E perché intervenire con tale ritardo e non quando Gheddafi era schiacciato all'angolo e in chiuso in qualche bunker? Rispondere che dietro tutto questo c'è un ragionamento geopolitico e una spinta al profitto è fin troppo facile. Ma questo va detto.
La "comunità internazionale", tramite l'Onu, ha deciso un intervento militare attraverso una "No fly zone", cioè un'area interdetta al volo aereo libico in funzione repressiva. E allora perché c'è stata la "gara" tra Francia e Usa a chi colpiva per primo? Perché la Francia, mentre si discuteva di come rendere operativa la risoluzione Onu, si è mossa all'improvviso cercando di intestarsi la guida dell'operazione? Anche qui, è facile vedere come le potenze occidentali abbiamo ricominciato il loro "piccolo risiko" nordafricano con un gioco di alleanze e competizioni incrociate di cui, stavolta, la vittima sacrificale è l'Italia. La Francia, infatti, dopo aver perso parte della sua influenza in Tunisia e vedendo traballare la situazione algerina ha colto al volo la possibilità di "occupare" politicamente, ma per via militare, la Libia costruendo una relazione privilegiata con il governo "ribelle" di Bengasi, agendo con forza per cacciare via Gheddafi e divenire, così, il nuovo referente occidentale dell'area. Gli Usa hanno agito nello stesso modo e l'Italia si è ritrovata al traino di una situazione che non ha voluto e che, anzi, ha cercato di evitare per molto tempo. E mentre il filo-Usa La Russa cerca di sembrare l'allievo modello agli occhi di Washington, Berlusconi mastica amaro perché la guerra è anche contro la sua politica estera e di approvigionamento delle fonti energetiche. Gli Usa lo avevano avvertito più volte e i dispacci resi pubblici da Wikileaks lo avevano confermato: l'amicizia con la Libia non piaceva all'amministrazione statunitense e oggi è venuta l'occasione per regolare un po' di conti. Come si vede, il destino del popolo libico c'entra poco.

Si va quindi alla guerra ma c'è qualcuno che ha tratto un bilancio serio delle altre guerre umanitarie? Davvero non si vede che l'Afghanistan è terra di nessuno, che l'Iraq è restato un campo di battaglia e che, dopo dieci anni, anche il Kosovo sta per esplodere di nuovo? Gli analisti più seri possono davvero sostenere che la politica, inaugurata agli inizi degli anni 90 da Bush senjor e poi rilanciata da Bush figlio abbia aiutato l'umanità, i popoli, il miglioramento della qualità delle relazioni internazionali? O non sia servita, invece, a migliorare l'approvvigionamento petrolifero degli Usa, a riequilibrare per via militare il declino economico degli Usa?
Stavolta, tra l'altro, si è fatto di peggio, perché la risoluzione ha dato il via libera a un attacco indiscriminato con la possibilità di intervento di ciascun paese lo desiderasse con lo "spettacolo" un po' imbarazzante di missili lanciati ora dalla Francia, ora dagli Usa e con l'Italia nella parte del servo sciocco.
Non solo, ma nessuno sente il bisogno di giustificare l'ipocrisia con cui si aiutano i libici mentre regna l'indifferenza nei confronti di altri popoli e altre repressioni: in Arabia Saudita, in Bahrein, in Siria, nello Yemen o nella stessa Palestina. Quale migliore dimostrazione che la ratio della missione militare è politica ed economica e non umanitaria? E dunque, si può obiettare, che proponi? Occorre bombardare tutti i governi dell'area, per par condicio, oppure ritirarsi e non fare nulla?

Su questo punto, che è ovviamente il più difficile, valgono innanzitutto le parole utilizzate da Gino Strada: "A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi". La tattica del lasciare incancrenire le situazioni per risolverle solo con l'accetta delle bombe è vecchia quanto le diplomazie militari (senza contare che in tempi di recessione "consumare" un po' di armi fa bene anche alle commesse militari). Per rispondere a cosa fare dovremmo avere a disposizione le leve della politica e del governo di cui dispongono i vari Berlusconi, Sarkozy, Obama (come è uguale la sua politica estera rispetto ai predecessori...) e non soltanto parole. Perché se il mondo fosse governato meglio avremmo visto un accerchiamento e un isolamento di Gheddafi realizzato in tempi insospettabili; avremmo visto parlamenti e governi rifiutarsi di stipulare Trattati di amicizia con il solo scopo di fermare l'immigrazione africana (con la conseguenza di farla morire di fame e di sete nel deserto sahariano); avremmo visto una politica estera ed economica in grado di realizzare uno sviluppo concreto dei paesi più poveri senza rapinare le loro risorse, senza la centralità dei profitti occidentali ma con lo scopo di accrescere il benessere delle popolazioni. Avremmo visto cooperazione e sviluppo andare di pari passo: le risorse energetiche del nordafrica sono tali da far crescere tutta l'area con profitti economici, sociali e anche ambientali distribuibili equamente; avremmo visto governi e parlamenti scendere immediatamente al fianco delle popolazioni ribelli: e invece ora si fa finta di non ricordare l'imbarazzo delle cancellerie occidentali, la protezione francese riservata a Ben Ali, Berlusconi che non chiamava Mubarak o Gheddafi "per non disturbare", Obama che non sapeva cosa fare. Quelle rivolte hanno dato il senso e il segno di un nuovo corso che, oggi, l'intervento militare rischia di frenare e, in parte, proprio questo è il suo scopo. Perché se è vero che la Francia vuole insediare un nuovo governo a Tripoli, tutto composto da ex uomini di Gheddafi, nessun governo vuole vedere crescere la rivoluzione tunisina e fare i conti con la sua estensione in Algeria, in Egitto, e nel resto del mondo arabo. Altrimenti, avremmo visto mobilitare forze, portare aiuti, pensare anche a interposizioni di protezione che nulla hanno a che fare con la guerra, con le bombe, con l'aggressione militare ma sono guidate da altre modalità operative - una volta il movimento pacifista discuteva di "caschi bianchi" e la stessa ipotesi di truppe Onu schierate a difesa delle popolazioni civili è stata sabotata dal loro utilizzo in chiave di occupazione militare, peraltro con esiti disastrosi - da altri progetti, da una visione del mondo che poco ha a che fare con la pace. A quelle rivolte, alla speranza araba, l'occidente ha risposto con l'unico volto che ormai sa presentare: l'aggressione militare, la voce delle bombe, il profilo dell'occupazione militare. Un monito e un avvertimento a chi tenterà di spingersi troppo in là e non è un caso se ieri mattina, domenica 20 marzo, in Tunisia si è manifestato contro le bombe.

Il nostro no alla guerra si salda, quindi, al sostegno alle rivolte arabe, unica via per garantire la cacciata dei tiranni e progettare una nuova democrazia in tutta l'area. A ostacolare questa vocazione, però, non ci sono solo i governi ma anche una sinistra che oscilla tra due posizioni sbagliate: difendere l'attacco militare, anzi farsi paladina dell'oltranzismo atlantico chiedendo al governo italiano di essere più fedele di quanto la riottosità della Lega possa garantire; difendere Gheddafi in nome di un "antimperialismo" astratto per cui i nemici dei miei nemici sono comunque miei amici. Un riflesso minoritario ma che si è fatto largo e che sta condizionando la reazione di chi la guerra la ripudia. Due riflessi e due politiche che hanno impedito di essere al fianco delle rivolte arabe con tutta la determinazione necessaria. Epppure, proprio mentre si iniziano a ricordare i dieci anni dal G8 di Genova, quello che allora fu definita "la seconda superpotenza mondiale" avrebbe nuove ragioni da presentare e nuovi argomenti da far sentire.